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Un presidente sorridente ha inaugurato un meeting elettronico in cui ci siamo collegati con Marco Landi, nostro Premio Columbus e – come ha ricordato Monique Kraft – uno dei manager italiani di maggior successo nel campo delle tecnologie proprio in quell’America competitiva che negli anni 80 e 90 ha deciso il futuro dell’informatica. Sarà ancora così? Non è detto perché nella sfida dell’intelligenza artificiale ci sono altri attori, a cominciare dalla Cina e, in una certa misura anche la Russia, il cui leader V. V. Putin ha dichiarato tempo fa: Chi domina l’intelligenza artificiale dominerà il mondo.

Landi si domanda che uso si farà delle nuovissime tecnologie, positivo o negativo? E lo sconvolgente cambiamento sociale come troverà l’Europa? Forse impreparata giacché non appaiono all’orizzonte quei grandi progetti, industriali in primo luogo, che ne determinarono il successo al tempo della CECA, dell’Airbus e del GSM, tutte eccezionali idee comuni dell’Europa che oggi invece rischia di farsi colonizzare tecnologicamente. Capire l’intelligenza artificiale diventa in questo quadro assolutamente primario.

Landi la definisce “una continuazione della filosofia con altri mezzi per capire e imitare il funzionamento del cervello”. Perché la macchina apprende ciò che noi le diciamo, accoglie e gestisce i dati di tutti noi ma li mette a disposizione non solo degli utenti ma anche di chi controlla la tecnologia. Gli americani ci fanno affari d’oro ma gli altri? Vorranno imporci qualcos’altro? La risposta è semplice e nello stesso tempo così lontana dall’Europa di oggi: occorre un grande progetto dove tutti lavorino raggiungendo un obiettivo che definisca una rinnovata fantasia. Non è solo tecnica ma una questione di giustizia ponendo al centro l’uomo, etica e valori e non continuando a credere che con i giganti totalitari sia possibile lasciarsi andare.

Landi lo ha riassunto in una preoccupante vignetta (qui a destra, sotto il relatore in diretta dalla Francia).

landi 11giu20